Accogliere l'incertezza

07/05/2020


Uno dei pilastri irrinunciabili del coaching è la volontà del coachee. Se questi non vuole impegnarsi per raggiungere il risultato, nessun coach potrà mai garantire il successo del percorso. In altre parole: bisogna che la persona si assuma la responsabilità di mettersi in discussione e agire di conseguenza. Il coach è responsabile della qualità della relazione e del processo, ma la responsabilità dei risultati effettivi è tutta del coachee. Altrimenti non è coaching: è consulenza.

Che cosa impedisce alle persone di assumersi l’onere e l’onore dell’azione? I motivi possono essere i più diversi, e generalmente non ce n’è soltanto uno. In questo senso, la visione sistemica non ci deve mai abbandonare sia nel momento dell’esplorazione che in quello delle decisioni per l’action plan. Comunque, fra i motivi più ricorrenti che ho incontrato nell’esperienza pratica ce ne sono almeno due: fronteggiare il nuovo e credere nelle proprie capacità. Due elementi che spesso vanno pure a braccetto, magari alimentandosi reciprocamente.

Di fronte al nuovo, le emozioni possono andare dalla paura dell’ignoto ad un meno drammatico - ma non meno problematico - disorientamento di fronte alla richiesta di fare scelte inedite su basi diverse e con strumenti più o meno sconosciuti. È una situazione in cui l’esperienza del “ho sempre fatto così e ha sempre funzionato” non può venirci in soccorso.

Eppure, non è la prima volta che affrontiamo qualcosa di nuovo. La discontinuità, per cambiamenti voluti o giravolte del destino, è sempre stata parte integrante della vita di ciascuno, così come della storia umana. Solo che non ci facciamo caso: abbiamo la tendenza a dare una lettura unitaria e lineare allo svolgersi della storia (personale o collettiva che sia), selezionando i rapporti di causa-effetto più visibili e dimenticando che il senno di poi ci induce a dare per ovvie e scontate situazioni che in passato non erano tali.

Mettiamoci nei panni di un abitante di Vienna del 1905: avrebbe mai potuto immaginare che nell’arco di 15 anni il suo ambiente e tutta l’Europa sarebbero mutati tanto radicalmente quanto è poi avvenuto a seguito della Prima Guerra Mondiale? E se l’avesse potuto immaginare, quali sentimenti di sgomento possiamo supporre che lo avrebbero preso? Altro che tranquilla continuità!

Proviamo allora a cambiare il focus. Ripercorriamo la nostra vita personale andando deliberatamente alla ricerca dei cambiamenti, delle discontinuità, delle novità occorse: ci accorgeremo che ne abbiamo già affrontate parecchie, grandi e piccole.

La discontinuità - e di conseguenza l’incertezza - non è un’eccezione: è la regola. Maturare questa consapevolezza può essere una risorsa utile per coltivare la convinzione che ce la possiamo fare anche questa volta.

Ma come, su quali basi e con quali strumenti? Qui entra in gioco l’altro fattore: la fiducia nelle proprie capacità. Questo fattore a sua volta dipende da un altro passaggio ancora, altrettanto decisivo: la conoscenza di quali siano, queste capacità. Possiamo definirle qualità dell’essere, talenti, predisposizioni, passioni… insomma, ci siamo capiti. Sono la fonte dell’energia vitale di ogni persona, perché costituiscono la sua autentica identità e la base del senso che ciascuno persegue nella vita. O dovrebbe perseguire.

Riconciliarsi con la normalità dell’incertezza da un lato, riconnettersi con l’autenticità del proprio essere e mettere a fuoco ciò che è importante per dare senso al proprio agire. Sono le fonti di energia, motivazione e determinazione che mettono l’individuo in grado non solo di affrontare le tempeste presenti, ma anche - contemporaneamente - di tracciare un percorso verso il futuro che non sia la conseguenza passiva degli eventi esterni, ma l’espressione attiva e consapevole di una volontà ben precisa.

 

Autore: Mattia Rossi, PCC 

Volontario Area Comunicazione 2020

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